martedì, dicembre 30, 2003
E mi viene da ridere. Ridevi, tu! E mi hai scopata. Questo non lo nego. Ma io lo faccio ancora. Scoperò il tuo cervello. Sino a fartelo scoppiare.
Amo e lo grido. Amo e lo so. Amo e ti amo.
FIOCCO ROSA. Mi pregio comunicare che è nata la figlia di un bastardo.
E tu ti senti vivo? Se mi lecchi, ti senti vivo? Se sferri un pugno, ti senti vivo? Se gridi da solo, ti senti vivo? Io non lecco, non picchio, non urlo. Vengo. E mi sento. Anche viva.
PER BLACKLITTLEHEART. Cuore sporco di fango e di catrame. Cuore aperto come le gambe di tante puttane. Manca un battito a stasera manca all'orizzonte una primavera. Solo la merda del mondo bastardo. Soltanto il suono del mio no testardo. Non mi arrendo non mi offendo. Non tento di capire. Vivo. E viva, vivo.
lunedì, dicembre 29, 2003
FANCULO! Dico a te che stai sul divano.
Luci cielo risa. Tre due uno. Arrivi tu. Non aspettavo te. Per l'anno nuovo. Bevi guardi la luna. Mi spogli piano. Facciamo l'amore. E passa un anno. Lo conto. E passa un altro anno. Lo conto. E non ho più chi mi ama a Capodanno. Nemmeno tu che quella volta prima di me avevi voluto lei.
"SE MI AMI TORNI." Mentre lo penso ti vedo arrancare. Spingi un carrello pieno di frutta e di verdura di stagione. Da portare di corsa in una casa che non è quella dove vivo io.
Si nutre la fiera di sangue e di terrore. Di vittime designate per natura. Sacrificate solo per quel maledetto vizio di vivere.
Arrivi scontati e partenze dolorose come ad ogni stazione che si rispetti. Manca solo il negozio che vende i fazzoletti.
PER CARLO: Parole alla rinfusa... mamma bambino Roma libro poesie Ed ora ci sei?
domenica, dicembre 28, 2003
Intanto altre dita virtuose accarezzano i tasti di un piano nero.
Va bene. Congiungo le mani ed intreccio le dita. Di più non ti prometto. Non so se ho voce da ascoltare. Non so se ho perdono per perdonare.
sabato, dicembre 27, 2003
cIaO LO. VaI e sPaCCa tUTTo!
PAROLE MALEDETTE: FREDDO MATTINA FORSE MARITO AMANTE RICORDI VODKA ADDIO LONTANO CANZONE TROPPO
PAROLE IMPORTANTI: PECCATO AMORE FIGLI PICCOLO ANIMA PUTTANA DITA ANCORA MAI SEMPRE PARIGI CASA
HO IMPARATO QUANTO GRANDE E' IL MONDO.
Voglio che mi bendi con una striscia di seta nera. Con uno strale avvelenato stretto nel mio pugno rancoroso cercherò di colpirti al cuore. Solo dopo che avrai riempito col tuo seme impuro ogni buco dell'anima perversa che si cela fra le mie budella.
Sul tappeto è caduto un piccolo peccato. Non importa rimediamo e un sorriso ci facciamo.
venerdì, dicembre 26, 2003
Vi piace la storia della puttana? Non dite di no! Lo vedo dal numero di entrate. Non dico dove. Per quella sorta di pudore che infesta l'animo delle persone "perbene".
E' arrivato un affetto. Caldo sicuro. Illumina il mio giorno col sorriso beffardo di chi ha visto tutto. Domani chissà oggi la mia vita è chiusa quà. Quattro mura foto vecchie d'amori disperati e Lorenzo seduto su un divano vissuto.
Mentre Ungaretti scriveva: "M'illumino d'immenso." Sono sicura che qualcuno poco lontano si scopava il mondo con forte senso di onnipotenza e proprietà.
La puttana ha lavorato anche a Natale. Dieci ore di "oneste" marchette per guadagnare giusto quel che serve per poter campare. Sulla statale poche macchine ieri sera. Lente. Quelle di chi cercava un momento di piacere. Fa freddo di notte coi tacchi alti e le mutande esposte sotto il cappotto aperto. Fa freddo nell'abbraccio sporco del vecchio porco che ti noleggia per cinquanta euro. In contanti.
Sono una puttana mi vendo anche per mille lire e per un attimo di quel che voi chiamate amore.
Calcola che se non sentissi dolore sarebbe solo per merito degli anestetici. Calcola che dopo ogni anestesia (parlo di quelle coi controcazzi) si vomitano perfino i sentimenti. Vomito o dolore, allora?
Ho aperto una pagina. A caso. Per vedere che parola il mio destino mi volesse regalare. INCONGRUENTEMENTE. Che vuol dire che la mente non attacca con il resto delle membra. Quasi quasi vado fuori. Me la apro questa testa. Contro un muro di cemento. Non prima di aver aspettato. Diligente. In silenzio religioso. L’apertura del negozio piu’ vicino. Per comprare un barattolo di colla. Da mescolare al mio cervello. INCONGRUENTEMENTE.
Il gallo gira sul tetto. S’adira col vento. Lancia dardi ad ogni giro ai codardi che ha in tiro. Ignora che sotto il suo tetto il bene s’è rotto or ora. Per diletto di una fortuna bastarda. Opportuna come un sole di fianco alla luna. Infingarda ha rubato sogni. Buttato disegni di mani innocenti in pasto agli stessi venti che soffiano lontano ricordi brucianti.
mercoledì, dicembre 24, 2003
Sentivo i latrati di un cane in lontananza. Una cadenzata litania accomapagnata dal rumore sinistro della catena. I miei passi scioglievano il sottile strato di ghiaccio che imbalsamava i fili d'erba. La nebbia mi impediva di vedere cosa ci fosse al di la' del campo. Si distingueva solo la sagoma di una casa colonica. Era da quella direzione che il cane gridava tutta la sua disperazione. Sapevo che a casa c'era un piatto di minestra per me ed il tepore della stufa di maiolica della nonna. Attendevano solo il mio ritorno per dare il via alla cena della Vigilia. Ma dovevo stringermi al petto il sottile paletot e continuare a camminare. Infondo, ero uscita per farmi un regalo. E sarebbe stato il mio regalo di Natale più bello. Le colonne bianche della costruzione stridevano un poco col resto del panorana desolato e buio di quella fetta di campagna. Dalle finestre si scorgevano bagliori. Decine di candele erano state disposte diligentemente ai davanzali del pianterreno. Furtivamente mi ero introdotta all'interno del giardino approfittando della distrazione di qualche ospite. Il cancello, infatti, era inusualmente aperto. Con mio grande sollievo constatai che non avrei dovuto arrampicarmi sulla cancellata per arrivare alla serra. Quando mi avvicinai abbastanza perchè potesse vedermi smise di dimenarsi. Temevo che il suo silenzio avrebbe insospettito il fattore. Ma non fu così ed io ebbi tutto il tempo di scioglierla, quella pesante catena. Non ci fu bisogno di dire una parola perchè il cane mi seguisse fuori dalla proprietà. In aperta campagna ci mettemmo a correre all'impazzata. Io andavo verso la vecchia villa della nonna. Volevo arrivare in tempo per ascoltare le sue storie di guerra. Il cane non so. Non saprei dire verso cosa corresse. La libertà, credo. La libertà.Certo. Nella stessa campagna passeggiavo pochi giorni dopo il Natale. Contavo le file di pioppi imbiancati dalla gelata notturna. Ai piedi del decimo pioppo, vicino al fosso melmoso giaceva una sagoma esanime. Era il cane cui avevo donato la libertà. Lo aveva ucciso, la libertà.
E buon Natale anche a me. M'amo di meno. Ma lo farò. Per il prossimo Natale.
Buon Natale, bambino mio. T'amo.
Buon Natale, Gino ferito. T'amo.
Buon Natale, fragile poeta. T'amo.
Buon Natale, saggio Ef. T'amo.
Buon Natale piccola Anna coraggiosa. T'amo.
Buon Natale Anima bella. T'amo!
Non ho mai visto un cielo così limpido. Il sole irrompe nella penombra di questa stanza. Ho aperto la finestra nonostante il freddo pungerte mi stia torturando le guance. Questa sera ci sarà la vita in questa casa. Una lunga tavola imbandita, voci festanti, un bambino stupito dalla generosità di Babbo Natale. Non può cambiare di una virgola un copione vecchio di tanti anni. Eppure, se mi guardo le unghie blu, capisco. Mi tremano le gambe. Fatico ad alzarmi in piedi. Il fatto è che avrei voluto che accadesse naturalmente. Che fluisse via il dolore macchiato di sangue senza lasciare tracce. Ho fatto i conti. Secondo me mi resta ancora un giorno. Domani inventerò una scusa. Prenderò la macchina ed andrò a fare ciò che devo. Poi sarà finita. Per sempre.
martedì, dicembre 23, 2003
In cucina c'è odore di brodo buono. Non mi piace il brodo. Però è confortante vedere il pentolone che bolle per ore. Come quando ero bambina e mi ammalavo. Mia madre pensava che una minestra potesse curare ogni male. Anche la settimana scorsa me la voleva dare. _Sei pallida e scontenta. Ti cucino i tortellini e ci mettiamo il formaggio. Si scioglie nel brodo caldo e ti da sostanza._ Lo sa da una vita che è tanto se mangio una bistecca. Lo sa da una vita che io lotto come un leone anche se digiuno. Lo sa che io il brodo l'ho sempre odiato. Con quegli occhi minacciosi che ti guardano mentre lo raccogli col cucchiaio. _No mà, non ho fame. Magari più tardi, a casa mia, mi faccio un panino._ E mi muoiono in gola le parole che vorrei gridare. Abbracciami invece. E se non voglio, costringimi in quell'abbraccio. Ne ho bisogno. Tanto da far male. Domani, magari, quando è cotto il mio brodo, ne bevo una tazza. Per vedere se è vero che ti da coraggio. Poi ci vado io ad abbracciare mia madre.
Me ne vado da questa città non è importante chi aspetterà mi porto una borsa piccola così lascio la scorza la lascio quì terrò per mano giusto un sorriso bacerò sempre lo stesso viso sarò felice e lo sarò per quel bel viso e il suo sorriso.
C'era una volta un triste giullare. Mescolava parole. C'era una volta una lavandaia. Lei faceva diventar candido anche il più lordo fra le lenzuola. Un giorno lei trovò la maschera di dolore del giullare. Ed un sacchetto colmo delle sue parole. Le afferrò una ad una e le mise in fila. Non bastò la strada maestra del paese per portare a termine l'intento. Molti disapprovavano perchè non portava a nulla quel filo di vocali e consonanti. Ma la donna non si scoraggiò. Perse il suo posto alla fontana. Perse perfino l'orientamento. Poi trovò dieci virgole ed un punto. Si chinò per depositare al suolo la punteggiatura e si sorprese nel trovare un'altra maschera di dolore dello stesso giullare. Sotto c'era un fiore. Bucava la terra arida di un agosto senza pioggia.Si intenerì e con una lacrima nutrì quel fiore. Poi sorrise e tornò al paese. Tanto roba ce n'era sempre, da lavare. Ma lo sapeva. Sì, sapeva che quelle maschere non servivano più al triste giullare. Che con la neve s'era sciolto anche il suo dolore.
Indovina chi sono? Nascondo la faccia dietro le fronde. Sai, a volte dimentico che l'ho persa anni fa. E' rotolata. Dritta in buca. Un tiro perfetto. Non discuto lo stile. Ammiro la concentrazione. Solo l'applauso è mancato. Sostituito dal rumore sinistro dello strappo. Telo verde squarciato dalla fame di vita che non sapevi d'avere. Camminavamo. Passi lievi e volute di fumo. La solita sigaretta ad avvelenarci le dita. Volevo mettere un punto. L'avevo imparato a scuola che da un punto partono mille rette. Anche di più. c'era vento. Forse mi ha portato via i pensieri assieme al berretto della bambina. Piangeva lei. Io non piango più. Mi verso un sorso appena di Merlot in un bicchiere da vino. Mi siedo e mi guardo. Appesa, svestita,legata, con le gambe grottescamente divaricate. Per accoglierci tutto ciò che non vorrei.
Natale. e mi regalo fazzoletti profumati per asciugare il sudore dopo averti fatto l'amore
ascolto silenzi son troppo pesanti mi violentano la mente lacerano come il dente che batte là proprio dove la lingua duole o era il contrario? specchio capovolto eroma che poi vuol dire amore solo per chi tiene la destra
questa notte prima di dormire ti parlerò d'amore mi sarai figlio per una notte figlio per dirti addio
lunedì, dicembre 22, 2003
Stasera ho chiuso col passato. Malato. Reciso di netto. Deriso per sorte. Ritorno in silenzio. Poche righe rosso sangue. Impresse nelle tenebre.
sabato, dicembre 20, 2003
ti sento respiri respiro. siamo vivi. ancora.
domenica, dicembre 07, 2003
Esercizi di stile. uno stile mio. mio soltanto. pungente ironia.che fa male quanto la verità. racconti di vita. o soltanto situazioni immaginate.per ridere. come quando qualcuno ti fa il solletico al cuore.si parte. il capitano ha dato voce ai motori. il mozzo, invece, ramazza il ponte. come sempre.
lo_struzzo_nero in Da domani, antibioti...
aldiladellospecchio in 22Se solo potessi ti...
liberadivolare in Da domani, antibioti...
anima in Da domani, antibioti...
ISO9660 in 22Se solo potessi ti...


