sabato, agosto 27, 2005
assolo
Mi piace naufragare tra i miei pensieri. Quelli che non canto, che non racconto. Oggi, ad esempio, mi conforto coi ricordi che ho raccolto. Papaveri disobbedienti, in mezzo al giallo sfacciato dei campi. Linee tracciate con la mano che trema. Di emozione, ‘che la paura mi fa immobile da sempre. Su fogli vecchi, piegati male, ci ho scritto mille parole. Ora mi leggo, mi riconosco. Uguale. Irrimediabilmente cambiata, ma sempre uguale. Me lo dice lo specchio che sono la bambina che guardava i palloncini volare. Coi piedi per terra e il naso per aria. E poi,ecco che vedo spuntare, nel mio riflesso, una ruga. Profonda. Pronta a rivelare che sono altro. Una donna, per esempio. La stessa che ha graffiato il muro e ridotto in scaglie il proprio cuore. La madre paziente che non aveva in seno una goccia di latte da offrire. Un futuro certo su cui contare. Un sogno piccolo da coltivare. Mi volto, pronta ad andare. Mi giro di nuovo. Mi accorgo che fra i capelli tinti di un improbabile color castagna ed i miei respiri stanchi di accelerare,sono anche spalle. Dritte. Fiere. Capaci di sopportare il pesante bagaglio che è necessario per affrontare un lungo viaggio. Di quelli che ritorni e, subito dopo, devi essere pronto a ripartire. Che ci scivola addosso la pioggia furiosa d’agosto. E tutto il male del mondo. Tracciandoci giusto qualche segno che,sorriso grande ed occhi fieri, non mi vergogno di lasciare esposto.
sussurrato da ladritta
alle 13:54 | commenti (17) ma piano...per non disturbare
venerdì, agosto 26, 2005
LASCIAMOCI VIVERE
sussurrato da ladritta
alle 17:04 | commenti (9) ma piano...per non disturbare
mercoledì, agosto 24, 2005
“Sei tu, dottoressa”. Mi volto di scatto e la guardo negli occhi. “Sono io, sì. Infermiera” preciso. “Sei triste dottoressa. Sei ancora sola” Manca il punto di domanda alla sua frase. Lei afferma. Lei sa. Zingara del cazzo, che legge nei pensieri. Affretto il passo. Si stancherà di starmi dietro. I rom sono pigri. Me lo ricordo. Lo devo aver letto. “Siamo al campo nomadi adesso. Non ci lasciano più stare in campagna, dove venivi tu. Porta il vino stasera, e stai con noi” Non serve gentile conferma all’invito. Con loro posso permettermi d’improvvisare. “Devo andare ora.”mi sento dire. La voce rauca di sigarette e lacrime. Le sue parole mi penetrano fra le scapole come frecce avvelenate. E bruciano. Bruciano impietose. “Non vieni, vero? Perché ti faccio paura. Non la vuoi sentire, la verità, bella signora”
sussurrato da ladritta
alle 01:08 | commenti (11) ma piano...per non disturbare
lunedì, agosto 22, 2005
l’infermiera
lasciava all’ospedale
miserie e punture
per andare a cercare
vita
altrove
complici
tette e cosce
non del tutto appassite
rimediava amplessi
squallidi
ma sempre igienici
poi si addormentava
nemmeno struccata
con la bocca rosso
baldracca
stritolata
dalla sua solitudine
vigliacca
sussurrato da ladritta
alle 22:40 | commenti (11) ma piano...per non disturbare
domenica, agosto 21, 2005
(REA)LISTA
- Scrivere un libro che spacchi il culo al mondo
- Scopare chiunque mi capiti a tiro
- Insegnare a mio figlio ad essere autosufficiente
- Insegnare a mio figlio a non stimare sua madre
- Farmi di grappa, cicche e valium
- Ammazzarmi a 40 anni coi barbiturici
(mi restano 9 anni)
sussurrato da ladritta
alle 16:35 | commenti (14) ma piano...per non disturbare
giovedì, agosto 18, 2005
Paula
Paula attendeva
ogni notte
la vivifica spinta
di quella verga
oscenamente esposta
Dipendeva ormai
dalla crudele violenza
che le conferiva l’aspetto
di una ferita
pulsante ed aperta
Paula
sorriso di gesso
si scioglieva
in una pozza di lacrime
amare
E mordeva la vita
che scivolava
fra le lenzuola sudicie
adagiate
sulla sua vergogna.
sussurrato da ladritta
alle 16:54 | commenti (10) ma piano...per non disturbare
mercoledì, agosto 17, 2005
A.A.Aiuto
Stanotte ,in sogno, m’è apparso Dio.
Mi ha detto che se non gli dimostro entro domani che sono ancora vergine,
non potrò accedere al Regno Dei Cieli.
Offro lauta ricompensa in cambio di credibile testimonianza.
sussurrato da ladritta
alle 23:23 | commenti (9) ma piano...per non disturbare
lunedì, agosto 15, 2005
SAN PIETRO
Si coprivano le spalle con quello che capitava loro sotto mano.
Donne. Belle. Giovani. Vecchie. Colorate.
Donne.
Disposte in lunghe file silenziose, aspettavano sotto il sole.
Madri raccontavano, non so cosa, ai propri figli. Con pazienza. Per generare pazienza.
Io, donna fra le donne, madre fra le altre madri, in attesa di essere perquisita, ricordavo a voce alta.
“Ci sono già stata in questo posto. Mille volte. Ho contato più di 500 gradini, quel giorno. Avevo il fiato grosso ed una voglia matta di un’altra sigaretta. Ho corso sotto i portici con la mia amica, sorridendo, perché avevo rivendicato finalmente la mia indipendenza. Mi sono fatta il segno della croce con noncuranza prima di scattare fotografie che ho dimenticato chissà dove. Ho cercato di immaginare i piedi che hanno calpestato prima dei miei, i marmi lucidi che ci sono dentro, dandomi arie perché fra tutti i miei compagni, io ero l’unica che c’era già stata. Ho baciato il mio ragazzo proprio in mezzo alla piazza e gli ho fatto una solenne promessa. Ho ascoltato, distratta, qualche stralcio di messa e le parole del papa, una mattina, che avevo fretta.”
Mio figlio mi guardava in silenzio e, mentre l’uomo accigliato ci passava al setaccio, si è tolto il cappello.
“Ma se qui ci sei già stata un sacco di volte, oggi, che ci sei venuta a fare?”
Gli ho sorriso mentre parlavo. Con tutto il mio amore.
“Oggi sono venuta a pregare.”
sussurrato da ladritta
alle 19:49 | commenti (12) ma piano...per non disturbare
sabato, agosto 13, 2005
Non sparate alla luna
È così, come deve essere, questa notte. La luna in cielo, la ghiaia dentro i sandali. Per ferire l’anima, per ferirle i piedi. È tutto rosso. Il riflesso del suo rimpianto, la lacca che le dipinge le unghie malate, il sangue che cola libero dopo aver guadagnato a fatica una qualsiasi via d’ uscita. È acuto, il dolore, e sordo. Come certi angoli, che dietro ci sta nascosto il mare. O il lago, con le sue correnti furiose celate da un sottile strato d’acqua. Prega senza mani, col cuore sgretolato e gli occhi fissi. Guarda all’infinito la stessa stella, le chiede una risposta, un sorriso, una carezza. Si interroga e si boccia. Non ricorda le canzoni di sua madre, né le fiabe che le raccontavano per farla addormentare. Sa di precipizi, così profondi e così bui da far rabbrividire il più impavido degli eroi. Sa della terra pietosa che accoglie tutti e li trasforma in fiori. Sa a memoria i suoi errori. Si siede nella notte, l’erba bagnata della pioggia che c’è appena stata, fra la gonna e le gambe. Ha occhi nuovi. Più attenti ai dettagli. Vede il cielo e dentro la luna. E pensa _ è tutto rosso questa notte_ Si addormenta in attesa. Di quel che verrà.
sussurrato da ladritta
alle 14:30 | commenti (3) ma piano...per non disturbare
mercoledì, agosto 10, 2005
L’altra faccia dell’amore
C’era un uomo. Il suo nome era Mario ma gli piaceva pensare di chiamarsi Ulisse. Viaggiava spesso, da un paese all’altro. Ma non andava per mare. _Per prudenza_ si ripeteva, non sapendo nuotare. Inoltre, non aveva niente da cercare. Guidava un furgone e consegnava merce. Gli chiedevano, in cambio di un dignitoso stipendio, ordine e puntualità. Lui era ordinato e puntuale, così ogni mese, escluse le spese, aveva un po’ di soldi da accantonare. Parlava poco, Ulisse. Ma si vedeva dagli occhi che gli piacevano le donne. Fantasticava, sulla statale, che le puttane fossero sirene. Per non sentirsi in colpa ogni volta che veniva risucchiato, carne e cervello, dalla promessa inclusa nel loro ammiccante sorriso. A volte si fermava sul ciglio della strada ed abbordava una Ghanese. La possedeva in fretta, sui sedili di stoffa, ad occhi chiusi, senza parlare. Poi, estraeva dal portafogli una banconota e liquidava con un gesto secco la sua debolezza. Ulisse aveva una casa piccola ed una moglie grassa, che se ne stava sempre coi bigodini in testa. I loro anni trascorrevano piatti. Tutti uguali. Come le fotocopie di una pagina mai scritta. Lui lavorava. Lei cucinava e, brutta com’era, ci si sarebbe giocato il collo che nessuno mai gliel’avrebbe rubata. Insomma, era una certezza averla al fianco. Come una coperta. Da lasciare in un angolo. Da dimenticare al primo accenno di caldo per poi ritrovarla piegata, nell’armadio, quando inizia l’inverno. Come un cane legato a catena. Che dimena la coda grato, rinnegando il suo rancore, alla vista di un osso o al sentore che sta per ricevere una carezza. Si chiamava Maria, la moglie di Ulisse. Ma a lui piaceva pensare che fosse come Penelope. Prigioniera di un sogno. Lontana ed intenta a tessere e disfare nell’attesa di un ritorno. Penelope, invece, piangeva guardando le telenovele. Ed arrancava, ogni volta che doveva fare a piedi cinque piani di scale. In verità lei, ago e filo, in mano, li prendeva sovente. Le servivano a rammendare i calzini di lui, sempre bucati in punta. Ma l’unica cosa che le capitava di disfare, erano le buste della spesa. Non aveva figli, né amiche con cui chiacchierare. Solo due stanze arredate male in cui passeggiare e una televisione marca Mivar 25 pollici con televideo per ingannare le sue attese. Si era chiesta, guardando Canale 5, se l’avesse mai saputo davvero, cos’è l’amore. Ma non si era risposta perché costa fatica inutile anche patire. Intanto le ore si susseguivano fino a diventare giorni e poi stagioni. Tutte ugualmente rassicuranti. Scandite solo dal rumore secco della caldaia che s’accende e poi si spegne o dal ronzio monotono del ventilatore. Ma si da il caso che le cose non vadano sempre per lo stesso verso. Si da il caso che l’equilibrio, anche se precario, sia un miracolo che i Santi sanno fare ma che spesso si stufano a mantenere. Ecco come, ecco perché, Ulisse e Penelope, non hanno potuto evitare di precipitare. Nessuno credeva, però, che si sarebbero fatti tanto male. Dal paradiso all’incubo dell’inferno c’è un abisso. Nel loro limbo c’era solo amaro disincanto. Quindi _No_ diceva la gente _non è successo quasi niente._ Intanto la vernice rossa del furgone di Ulisse era diventata pallida e i cardini del portellone così duri che parevano impossibili da forzare. Ed il teleromanzo preferito di Penelope era giunto ad un punto cruciale, ma a lei non interessava più sapere niente. Chi era padre di chi, chi era sopravvissuto e chi no allo scoppio di uno yacht, non era affar suo. Solo il gocciolare esasperante di acqua e zucchero dal flacone di vetro al tubo di plastica era importante. Solo che il respiro catarroso di Ulisse fosse regolare, era la ragione delle sue preghiere. E’ successo una notte, in una stanza verde menta dell’ospedale, che la lunga convivenza di Penelope ed Ulisse diventasse amore. Lui era steso, supino, in uno stretto letto. Un fagotto divorato dal male. Pensava che non poteva chiederle scusa anche se aveva tanto da farsi perdonare. Che non voleva che lei gli lasciasse la mano ma che l’avrebbe fatto se avesse saputo quello che lui non le aveva mai detto. Intanto, lei, viva e colpevole, lo guardava morire. Fotogramma dopo fotogramma, attenta a cogliere nella sua faccia scavata il più piccolo cambiamento, non era affatto pronta alla scena d’addio. Pensava che non poteva chiedergli scusa anche se aveva tanto da farsi perdonare. Che non voleva che lui le lasciasse la mano e che l’avrebbe fatto se avesse saputo quello che lei non gli aveva mai detto. Intanto, lui, morendo, la guardava vivere.
sussurrato da ladritta
alle 18:40 | commenti (10) ma piano...per non disturbare
sabato, agosto 06, 2005
Scusa se non t'abbraccio prima di andare. Devo fare economia. Ed ho sentito dire che si comincia dalle piccole cose ad arricchirsi. D'altra parte il mio dolore è assai esigente. Ed io mi sono impegnata a mantenerlo finchè campo.
sussurrato da ladritta
alle 19:50 | commenti (6) ma piano...per non disturbare
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22Se solo potessi ti...