venerdì, marzo 30, 2007
martedì, marzo 27, 2007
ARRIVEDERCI, AMORE CIAO* *finisce qua. Chi se ne va, che male fa.
TANTO TEMPO FA HO SCRITTO UNA STORIA. POCO TEMPO FA HO SCRITTO UN FINALE CHE MI SEMBRAVA ADEGUATO. STANOTTE HO PENSATO AD UN'ALTERNATIVA. E' TUTTO DI SEGUITO: L’altra faccia dell’amore (SECONDA PARTE) * PFM, Ulisse L’altra faccia dell’amore (tutta la verità) Maria guardava Mario spegnersi lentamente e pregava a bassa voce “Signore fa che finisca in fretta. Fa che finisca in fretta.” Mario non la guardava più. Si lamentava sommessamente e non c’era un accidenti di romantico in questo. Nulla che potesse far somigliare quell’agonia ad una storia d’amore. Maria lo sapeva. Aveva sempre saputo che, finchè lei si ingozzava di bignè guardando le telenovele, lui andava a puttane. Lo odiava. Odiava il pensiero che si abbassasse le brache ed affondasse il suo membro eretto fra le natiche scure di qualche baldracca noleggiata con la stessa cifra con cui lei avrebbe potuto godere della Pay Tv per un mese intero. Ad un certo punto Maria si addormentò con la testa fra le mani. Mario, invece, moriva con le mani dietro la testa. Venne il dottore a svegliarla, a dirle che poteva andare, finalmente, a casa. Erano le cinque di mattina. Era primavera. C’era freddo. Prima di uscire dalla stanza verde menta di quell’ospedale di provincia lo guardò di nuovo e disse a bassa voce: “Crepa, bastardo, crepa.” Ma Mario era morto già da un po’ ed il dottorino, temendo di non aver inteso le parole della vedova, le chiese se avesse bisogno di qualche cosa. Con un sorriso amaro Maria si congedò facendo cenno di no col capo e si diresse con passo spedito verso le scale, scendendole con lo sguardo fisso davanti a se, le mani affondate nelle tasche del cappotto logoro ed un solo pensiero ad affollarle la mente. “Sono libera” si ripeteva. E più ripeteva quelle due, semplici parole, più allungava il passo. Ad un tratto si bloccò nei pressi di un portone. Si sedette su un gradino di marmo bianco che ne doveva aver passate più di lei e si mise finalmente a piangere. Piangeva perché era sola. A cinquantasette anni. Senza un figlio da poter amare. Senza un sogno da realizzare. Senza un dolore, benché avesse un marito morto all’ospedale. Poi, così come aveva cominciato, smise. E tornò a casa. Organizzò alla buona il funerale. E svendette il camioncino rosso vergogna di Mario. Poi dimagrì 25 chili a forza di dieta e di cyclette. Ed andò in balera dove conobbe Gino, alto unmetroesessantanove, gentile e vedovo come lei. Si accompagnarono, come si usa dire tra persone di una certa età che a fidanzarsi si vergognano perché si sentono un po’ vecchie. E vissero. Non felici, né contenti. Ma in maniera del tutto accettabile aspettando con trepidazione il sabato sera per un giro di pista col caschet mentre la tomba di Mario veniva sommersa da erbacce buone solo ad acuire l’allergia di chi passava di là per caso.
Mario stava morendo. Lo sapevano bene entrambi. Prima di assopirsi le sussurrò: “Ho sempre sognato che la nostra vita fosse un viaggio avventuroso. Mi piacerebbe che sulla mia lapide ci scrivessi che sono stato come Ulisse.” Poi le lasciò la mano ed affondò un poco la nuca nel cuscino. Era notte fonda quando un giovane medico, con aria grave, le disse: “Mi spiace, signora. Non ha sofferto, sa? Adesso vada a casa. Ha bisogno di riposare.” Alle otto di quella grigia mattina di autunno era già davanti alle pompe funebri col giaccone color topo consunto e stretto all’altezza della pancia e la borsa grande sotto braccio. Aveva gli occhi gonfi e lucidi, Maria. Come chi non dorme da giorni. Come chi ha pianto troppo a lungo. Fu la prima cliente a varcare la soglia e non le sfuggì lo sguardo pietoso del titolare che annuiva mentre lei chiedeva una bara per suo marito, fatta con lo stesso legno con cui si costruiscono le navi. Sì, si rendeva conto che sarebbe stato assai costoso. Il marmo di Carrara sarebbe stato perfetto. No, il cognome no. E nemmeno la data. Solo il nome in stampatello maiuscolo. ULISSE, sì. E sotto una frase, ma in piccolo. “Nessuno può capire un porto se non sa il mare che cos'è.”*
Accidenti,no! Non era affatto necessario che venisse scritto anche il nome di lei. Si congedò in fretta, Maria. Era la prima volta che le succedeva di avere un moto di stizza nei confronti di qualcuno. Non era certo colpa di quel…di quel becchino se a lei pareva sconveniente perfino pensare di essere Penelope. Di quella donna le appartenevano le attese, ma non la speranza. Non la speranza. Pioveva il giorno del funerale. Piove sempre anche in televisione quando c’è un funerale, si trovò, suo malgrado, a considerare. Abbozzò un mezzo sorriso che trattenne a stento quando pensò che non l’attendeva certo una lunga limousine per il ritorno. La linea 31bis era affollata. C’erano ragazzini che masticavano parolacce e poi ghignavano forte, signore coi tacchi a spillo aggrappate alle maniglie per non cadere, un vecchio col bastone di legno che reclamava un posto a sedere, quattro nere sguaiate che, nonostante il freddo, avevano ben poca stoffa addosso che le potesse coprire. Maria elencò mentalmente quello che le era rimasto. Un televisore vecchio, un furgone sbiadito ma ancora un po’ rosso, quattordici milioni di lire escluse le spese di sepoltura, dodici forchette, dodici cucchiai e dodici coltelli d’argento, un mangianastri rotto. “Capolinea” gridò il conducente, ma lei era ancora lontana da casa. Si incamminò a piedi, lentamente, con le spalle curve. In realtà, non era molta, la strada. 500 metri appena, una volta passato il ponte. Lo dissero in molti nei giorni a venire. Che l’avevano vista. Che pareva passeggiare. Che l’attimo prima c’era e, poi, non c’era più. Dissero che non si aspettavano che si sarebbe uccisa così. Il giornalaio, poi, era certo di averla sentita anche parlare mentre guardava giù. “Arrivo subito” gli sembrava avesse detto. La trovarono meno di 24 ore dopo, alla diga. Era sporca di fango e gonfia come una che annega. Se l’avessero potuta interrogare lo avrebbe spiegato a tutti quanti che non si voleva ammazzare. Aveva visto Ulisse che la chiamava, nel fiume. Che era lui per davvero, ci avrebbe giurato, ma non lo poteva dire più. Io lo sapevo che era andata così. Sì, perché c’ero quel giorno. L’ho vista camminare quindi fermarsi di colpo e, se mi avessero interrogata, avrei spiegato che sorrideva mentre guardava il fiume. Ci avrei giurato. Ma ho taciuto perché parlare non serviva più. Nessuno può capire un porto se non sa il mare che cos’è.
lunedì, marzo 26, 2007
OFF TOPIC E, con quest'ultima ed eloquente frase "scolpita" nella roccia, mi pregio comunicarti che, per me, da oggi, sei morto. * ma non morto con onore. come un cane. tipo quelli a cui sparano alle spalle mentre stanno tentando di violentare una bambina cambogiana.
domenica, marzo 25, 2007
NON MI LASCIARE QUI* C’è troppo vento. Lui ride. La guarda. Le vorrebbe dare la sua giacca. Lei rifiuta. Sorride. Lo guarda. “Vorrà dire che da oggi dovrò amarti doppiamente.” Glielo dice in un soffio. Lei pensa che non è così che sarebbero dovute andare le cose. “Ci sarai?” “Ci sarò comunque. Ci sarò sempre.” Gli crede ma sa che lei, invece, no, non ci sarà. Che l’amore, anche quello che pare regalare vita, non è sempre un miracolo. Un’illusione, piuttosto. Ottobre dev’essere un bel mese per nascere, ma lei non lo sa. Lei è nata a luglio. Aprile dev’essere un bel mese per morire. Ma lei non lo sa. Lei è ancora viva.
venerdì, marzo 23, 2007
LISTA DI COSE DA FARE ASSOLUTAMENTE*
• Rinnovare carta d’espatrio per Adriano
• Pagare gli arretrati del Collegio Infermieri
• Accorciare i pantaloni nuovi per il concerto di Allevi
• Masterizzare il cd di Colognato per la mia collega
• Chiedere la portabilità a Wind
• Tagliando 500
• Uccidere un figlio
*ma con leggerezza
giovedì, marzo 22, 2007
STIAMO LAVORANDO PER NOI
martedì, marzo 20, 2007
OOOOPS!
“Mammina…con chi parlavi stanotte?”
“Parlavo al telefono con una mia amica!”
“Mhhhhh…che voce grossa che aveva la tua amica. Sembrava un uomo!”
“Avrai sognato.”
“Oh, no! Sono sicuro che ero sveglio. E di un’altra cosa sono sicuro…”
“Quale?”
“Noi non abbiamo il vivavoce!”
“…”
lunedì, marzo 19, 2007
E’ tempo di ridere. Di vivere. E’ tempo di stringere tra le dita emozioni piccole. Come certi fiori che non te ne accorgi nemmeno e ti spuntano sotto i piedi.
*grazie per l’amore con cui accogli me e mio figlio ogni volta che torno sui miei passi.
sabato, marzo 10, 2007
Dopo tanto silenzio, ho voglia di raccontare una storia semplice. Una favola bella, cominciata inaspettatamente in un caldo pomeriggio di primavera e finita, altrettanto inaspettatamente, in un caldo pomeriggio, che, a pensarci bene, siamo ancora in inverno, ma, visto il numero di margherite che hanno tappezzato ogni prato, non ci credo poi tanto. In questa storia non c'è odio, nè rancore. Solo ricordi belli, come le stelle che ho contato la notte che lui dormiva, ed io, in cortile, cercavo di fotografare l'eclissi di luna, dopo che avevamo fatto l'amore. "Scusa ma mi sono sbagliato." mi ha detto il giorno dopo. "Probabilmente non ti amo abbastanza. Ai nostri progetti ci credevo ma, la settimana scorsa ho capito che , stare con te, non è quello che sogno. Ho già avuto un matrimonio durato vent'anni. Adesso voglio la libertà.". Poi si è voltato, stringendo la mano dell'unico figlio che non ha ancora perduto, e se n'è andato. Io sono rimasta. Immobile. A tentare di ascoltare quello che mi suggeriva il mio cuore. Poi ho sorriso di questo mio non gesto, ricordandomi quella me che, non molto tempo fa, avrebbe gridato, insultato, pianto, battuto i piedi esigendo "altre", più soddisfacenti, giustificazioni. Invece sono rimasta in silenzio. Rimango in silenzio. Perchè non ho litigi da raccontare, nè comportamenti scorretti da rinfacciare. Solo il ricordo di un momento perfetto. Una decisone altrui, di cui prendo atto. E nulla, per la prima volta in vita mia, da rimproverarmi. In fondo, forse, è vero che, un pò, sono cresciuta. E, una briciola almeno, della libertà che lui cerca, gliel'ho regalata io.
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